Poesia in dialetto veneto : “Via cavin maggiore” di 4tu© (alla voce Brugnoli antonietta)

Questa poesia recitata in dialetto veneto (sottotitolata in italiano) ha il sapore di vecchi ricordi , l’odore dei fossi e il rumore delle raganelle , immagini di pozzanghere dove  guardare il cielo e di case senza cancelli e allarmi…parla di soprannomi , di abitudini perse , di stelle proprio belle,  di donne con le gonne della festa e uomini col cappello in mano…e di una via un tempo polverosa chiamata Cavin Maggiore.

 


Parole & musica : 4tu©(Fortunato Cacco) & Brugnoli Antonietta
“Via Cavin Maggiore  tanti anni  fa
eri ,per me bambina, un mondo incantato.
Strada di contadini, piena di sassi,
bianca d’estate. I fossi odoravano di buono e di menta.
Tutto intorno nascevano papaveri,Iris viola
e “ fiori di biscia “.
Cantavano le rane, dai rami gocciolavano le foglie
e sulle rive dei fossi le donne al “mastello “ lavavano i panni,
perché allora nascevano ancora tanti bambini. Quando cominciava a piovere, io per la strada cominciavo a correre.  Il salto delle piscine in lungo, largo e diagonale era meglio di uno sport nazionale.Che divertimento !
Da andare fuori di testa…Le pozzanghere erano tanti quadri con le piante ed il cielo disegnato e io , a guardarle, con la testa in su rovesciata stavo ore ferma trasognata.Tanti campi, fossi e capitelli, frumento, granoturco e vignetu vedevi, andando per i sentieri dei campi.Per vivere si lavorava sempre e tanto fin da bambini.Il tempo libero ? Un disgrazia,  perché voleva dire che eri
invalido o infermo a letto. I contadini poveretti
quanto per i campi hanno lavorato !Avevano pochi soldi e tanti bambini.Ogni giorno andavano qualcosa a comperare
e il cartoccetto di uova tiravano fuori per pagare.
Portavano in Latteria in bicicletta il latte dentro ad un secchio,
che ballava su e giù. Ad ogni buca della strada,
si spandeva un goccio.  E così sera e mattina,
prima della cena e della colazione, avanti e indietro con tanta rassegnazione. Facevano il bagno nel mastello e dopo ci entrava anche il figlioletto.I gabinetti erano fuori, dietro la casa.
A letto i materassi di cartocci di pannocchie, d’inverno non c’era riscaldamento,i geloni facevano da padroni.
Alla domenica in chiesa, tutti a cantare in latino,le donne con le gonne della festa,coperte come le Talebane,
con il velo in testa, gli uomini col capello in mano
e noi bambini davanti fermi e zitti, che se facevi il pagliaccio
dopo, a casa, prendevi una sberla.A maggio, per andare al capitello della Madonna,in bici facevamo le acrobazie,
e felici gridavamo come raganelle.La sera era piena di profumi, tra un’ Ave Maria e l’altrail pensiero volava via in cielo in mezzo alla luna e tante stelle.Mamma, che bello! Quando al Rosario vedevo sui fossi vermetti e piccole bisce in quantità,quanto li ho accarezzati e perfino ho loro anche parlato.Per me capivano proprio tutto e  far loro del male mi pareva proprio tanto brutto. Anche coniglietti, gallinelle e piccoli tacchini erano proprio belli e mi seguivano e si lasciavano coccolare.Come potevo, dopo, vederli ammazzare ?Non si parla,poi, di volerli mangiare. A san Martino, ammazzavano i maialini, che urlavano come poveri disgraziati. E io nascosta sotto il letto, con le orecchie tappate,provavo molta pena e vegetariana sono diventata.Tutti gli abitanti della strada avevano la loro particolarità
e la loro bontà, il loro gran lavoro e con i vicini c’era qualche lite per i confini.Tutti si conoscevano, si aiutavano, si maledicevano, ma sempre si salutavano.Si trovavano, la sera, sul ponte di casa a chiacchierare di tutto, ma poco di soldi. D’inverno si ritrovavano nelle stalle con un paio di carte per giocare e quattro bicchieri di buon vino da tracannare. Ognuno aveva un doppio cognome, da tante generazioni derivato.I “ Tubioi “ erano  bravi a cucinare, i “ Preati “  a inventare, i  “ Beoni “ forse così si chiamavano,perché vicino alla chiesetta delle “ Cioare “si sentivano beati e sognavano.C’erano, poi, le case dei “ Checone “,la villa dei “ Saresa “, la casetta dei “ Resegadi “,i “Stocco “,i “ Quaio “, i “ Niero”, i “ Pioncheta”, i “Brocheti”, i “ Calini “,  e posso continuare con una litania di tanti altri nomi in fila. In osteria da “ Poncio ” si andava
la televisione a vedere,dove Mike Bongiorno “Lascia o raddoppia “
era bravo a presentare. Nella bottega dei “ Mistroni “ non era mai sera,di tutto si vendeva. Era Consorzio agrario,Alimentari, Latteria.
Quanto da lavorare, Gesù e Maria,dalle cinque della mattina fino a sera senza pausa!Che, poi, tanto non guadagnavano, perché tutti “ segnavano “ senza pagare,dicendo che a fine anno pagavano, se il raccolto dei campi arrivava.Il libro, dove Albino “ Mistron” e Maria “ Tubioea” i debiti della gente annotavano, sembrava l’enciclopedia Trecani ( forse a vedere che niente guadagnavano sarebbe stato meglio chiamarla “ Tregatti).Adesso grande sono diventata e in pensione sono andata, ma in Via Cavin Maggiore di sessant’anni fa un po’ della mia anima cammina ancora là.

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